MUSICA,
SOLO MUSICA
Ultimamente, non solo
all’interno del nostro circolo, ma anche più in generale, si fa
un gran parlare di musica senza parlarne per niente. Voglio dire che si
parla tanto dell’industria musicale, dei mille attrezzi per ascoltarla
e così via, ma sempre meno si parla di canzoni, di cantanti, di
quella insomma che dovrebbe essere la vera anima del tutto.
Ed allora in questo
nostro appuntamento periodico ho deciso di ripartire da zero. Si, perché
anche io sono stato ultimamente un po’ contagiato da questo fenomeno, anche
per cause di forza maggiore, vedi le note vicende recenti del nostro circolo,
come già detto. E così questa volta niente divagazioni inutili,
niente discorsi sul sesso degli angeli, ma solo una semplicissima lista
di buoni dischi a cui vi consiglio di dare un’ascolto Non che si tratti
di capolavori, ma di dischi fatti come sempre si dovrebbe si, senza preoccuparsi
se quel pezzo è più o meno radiofonico, se quel suono ricalca
quelli più in voga al momento. Si, perché anche in mezzo
a tanto parlare c’è ancora chi si danna per fare buona musica, di
scrivere canzoni e melodie perché ne sente la necessità interiore,
e non solo perché il portafoglio piange. Spesso nascono proprio
da qui quei suoni che ti colpiscano al cuore o al cervello, quelle canzoni
che ti si attaccano addosso per poi penetrarti sempre più in profondità,
fino a non lasciarti più.
La scelta è
volutamente caduta su una serie di dischi italiani “minori”, dove per minori
si vuole intendere magari piccole produzioni o mezzi limitati di
realizzazione, ma non certamente qualità artistica carente. Non
ci troverete insomma le grandi produzioni internazionali, di cui si sprecano
litri di inchiostro in tutte le riviste, senza avere il coraggio di dire
che spesso si tratta solo di grosse bufale, ma nemmeno le maggiori produzioni
nazionali. Anche io ho apprezzato le recenti uscite nazionali di Capossela
(per me ancora miglior disco degli ultimi mesi, e non solo), o De
Gregori o Nannini, ma non è di questi nomi che voglio come detto
parlare. Allora partiamo, sperando che queste piccole segnalazioni accendano
la vostra curiosità e vi aiutino a riassaporare il gusto della vera
buona musica.
· BAUSTELLE
– LA MALAVITA: non potevo non partire dagli amici Baustelle, di cui sono
stato un accanito tifoso, anche ai tempi non sospetti del debutto, quando
ancora non si erano accese le luci dorate delle ribalte televisive. Anche
l’ultima uscita, come le due precedenti, nonostante i cambi di organico,
è piena zeppa di belle canzoni con testi non banali e suoni moderni
anche se ricalcano atmosfere vintage. Pop italiano al suo meglio.
· FEDERICO
SIRIANNI – DAL BASSO DEI CIELI: Prendete le colonne sonore western di Morricone,
mischiatele con un po’ di musica balcanica ed echi di qualche balera romagnola;
avrete un’idea di come suona la seconda uscita di Federico Sirianni. Testi
alla Tom Waits, pieni di fieri eroi perdenti. Intrigante.
· STEFANO TESSADRI
– MALOCUORE: Ancora atmosfere alla Morricone, echi di Messico, vaghi echi
di Capossela e Tom Waits ma, nonostante tutto, un suo suono ben preciso.
Anche qui bei testi originali e come ciliegina una curiosissima versione
della “Ballata degli Impiccati” di De Andrè trasportata in un polveroso
deserto messicano. Da assaporare magari con tequila o anche vino rosso,
a piacere.
· RICCARDO
MAFFONI – STORIE DI CHI VINCE A META’: Un pizzico di Dylan e poi dosi massicce
di Springsteen, in questo bel disco di rock italiano melodico con suono
e testi molto diretti. Maffoni è transitato, penso per sbaglio,
anche dall’ultimo San Remo. Sarà un caso, ma la canzone più
debole è proprio quella festivaliera.
· ETTORE GIURADEI
& MALACOMPAGINE – PANCIASTORIE: Ancora un disco con un suono decisamente
rock, anche se sempre sul melodico, ma anche qualche bella ballata debitrice
verso certa canzone d’autore e soprattutto un pugno di canzoni ben
costruite, suonate e cantate come si deve. Davvero un bell’esordio.
· CLAN
MAMACE’ – SENZA RICOMPENSA ALCUNA: Mi sono imbattuto per la prima volta
in questo simpatico gruppo di ragazzi novaresi un paio di anni fa, allorché
fecero una fugace apparizione sul palco di Arezzo Wave. L’impressione fu
subito ottima, la loro carica dal vivo era notevole e da allora li ho tenuti
d’occhio. La recente seconda uscita discografica conferma le cose buone
già intraviste e aggiusta ancora di più il tiro verso un
suono prevalentemente acustico, con qualche pizzico di canzone d’autore,
ma anche voli verso territori più impegnatici qauli blues e jazz.
Dotati tecnicamente come non sfigurano affatto in nessuna veste. Il disco
si ascolta volentieri e scorre bene, anche se una maggiore fluidità
nei testi non guasterebbe. Penso comunque che la versione live sia quella
a loro più congeniale. In attesa che ricapitino nelle vicinanze
per adesso mi accontento del loro disco e non sono per niente sacrificato,
credetemi.
· GANG – IL
SEME DELLA SPERANZA: Grande ritorno dei fratelli Severini con un pugno
di nuove canzoni e qualche ripescaggio per dipingere uno dei migliori quadri
mai dedicati al fiero e vecchio mondo contadino. Colori talvolta sgargianti,
talvolta cupi; parole sempre fiere e quadretti toccanti portano alla ribalta
un vecchio mondo che, colpevolmente, tendiamo sempre più ad ignorare.
I Gang ci ricordano che invece è da lì che veniamo e che
di questo dovremmo esserne anche fieri. Altamente emozionante
· RICCARDO
TESI / CLAUDIO CARBONI – CRINALI: In molti paesi è normale andare
a ripescare pezzi della tradizione popolare, vedi tanto per restare sul
recente il ripescaggio effettuato da Springsteen nelle Seeger Sessions
o tutto il repertorio di gruppi quali Pentangle. Da noi si guarda invece
sempre con sospetto a questo tipo di operazioni. Eppure ne avremmo di cose
da recuperare e tramandare… Prendete questa nuova uscita di Riccardo Tesi
in compagnia dei sax di Carboni ed altri validi collaboratori, tra cui
spicca la stratosferica voce di Ginevra Di Marco, che, secondo il mio parere
personale, mai ha volato così in alto come in questo disco. Qui
si vanno a ripescare dei vecchi canti dei crinali, da cui il titolo, dell’appennino
tosco emiliano. L’operazione è popolare e nello stesso altamente
intellettuale; il risultato semplicemente perfetto e l’ascolto del disco
scorre via che è un piacere; ci sono anche pezzi strumentali che
talvolta rasentano il “liscio”, ma suonati talmente con gusto che vien
voglia di riascoltarli immediatamente. Ma è nei pezzi cantati che
si raggiungono i picchi più alti; sono canzoni dai temi semplici,
come lo sono tante vecchie canzoni popolari, ma reinterpretati con tale
gusto e con arrangiamenti tanto azzeccati che vorremmo non finissero mai.
Provare per credere. Un grande e semplice disco di vero folk.
IZIMBRA
Ottobre
2006