BEAUTIFUL LOSERS
 
Il mondo musicale, adesso più che mai, è fatto di mode, di suoni che subiamo attraverso i tanti media che giornalmente ci bombardano. Spesso coloro che non hanno la capacità o la voglia di sviluppare un certo senso critico sono portati a considerare artisti personaggi che nulla hanno di artistico, se non forse qualche attributo fisico che li rende piacevoli, più alla vista che all’udito.
Per contro, ci sono, da sempre, dei personaggi la cui musica è meno immediata e fruibile e che, pur essendo dei precursori di qualche filone, rimangono per sempre nell’oscurità e non ottengono la notorietà che meriterebbero. Di nomi se ne potrebbero fare a bizzeffe, come detto ce ne sono sempre stati, la storia musicale ne è piena zeppa.
A titolo di esempio mi soffermerò in questo articolo solo su un paio, che da sempre amo e che secondo me avrebbero meritato tanto di più. Sono due personaggi in apparenza distantissimi tra loro: Piero Ciampi e David Thomas, eppure tutti e due hanno saputo esternare esemplarmente, con le loro composizioni,  il loro modo di essere, il loro pensiero e le loro più profonde sensazioni.
Molti conosceranno il nome di Piero Ciampi soprattutto grazie al premio omonimo che la sua città natale, Livorno, gli ha voluto intitolare; in realtà infatti purtroppo molti pochi conoscono profondamente le sue meravigliose canzoni. Certo, cose non facilissime ad un ascolto distratto, ma se si supera la scorza ruvida e la voce aspra ed a tratti quasi indisponente, un po’ come il primo Conte, vengono a galla delle piccole perle che non possono non conquistare.
Ciampi, come detto livornese verace, anche come carattere, ebbe con la propria città, un po’ come con tutte le sue cose, un rapporto conflittuale di amore odio; ne fuggì varie volte per poi ritornarvi nei momenti di bisogno per rifugiarsi nelle strade intorno al porto, che ispireranno diverse sue composizioni. Varie volte parte per viaggi non si sa quanto reali o quanto fantastici alla ricerca forse di una soddisfazione interiore impossibile da trovare. Il suo primo disco, nel 1963, uno dei pochissimi ad essere stato ristampato, esce con lo pseudonimo di Piero Litaliano per come era stato rinominato a Parigi durante un lungo soggiorno alla fine degli anni ’50, in cui aveva frequentato il mondo culturale parigino, ma anche piccoli locali in cui suonava le canzoni che via via componeva per sbarcare il lunario.
Tutta la sua vita, come detto sarà contraddistinta da questo andirivieni, da queste fughe verso l’impossibile, per poi tornare alla sua Livorno sempre un po’ più sconfitto e più vicino al baratro.
Questo rapporto conflittuale si manifesta anche verso le donne, con cui ha brevi e burrascosi rapporti, due sono le donne con cui cerca in qualche modo di legarsi, che però fuggono dopo pochi mesi di impossibile convivenza  e che poi ritroveremo nei versi delle sue canzoni: “Ha amato tanto due donne, erano belle, bionde, alte, snelle; ma per lui non esistono più” oppure “Tu no, aspetta, no. Se non so farti felice. Anche se continuo a bere. Tu no, amore no. Tu mi devi star vicino. Perché ormai io sono fuori”.
Anche dal punto di vista artistico e professionale Ciampi era scostante, inaffidabile, insicuro. Da direttore artistico riuscì a far fallire una piccola etichetta; alla RCA strappò un contratto grazie alla conoscenza di Gino Paoli, per poi dileguarsi senza incidere nemmeno un pezzo e sperperare il tutto come al solito in ubriacature varie. Tutte le sue apparizioni televisive finivano in risse o in esibizioni sconcertanti per il pubblico del piccolo schermo, tanto da indurre diverse volte i dirigenti RAI a rinunciare alla messa in onda delle trasmissioni. Burrascose sono anche le sue apparizioni a varie rassegne, come il premio Tenco, a cui si presenta ubriaco o in cui comincia a battibeccare con il pubblico per poi andarsene senza cantare o quasi.
Solo due persone riescono a stargli vicino per lunghi periodi. Il primo è Gianfranco Reverberi, conosciuto durante il servizio militare, che lo porterà ad incidere il primo disco e che più volte lo ripescherà sull’orlo del baratro durante le tante crisi. Il secondo è Gianni Marchetti, un musicista conosciuto nel 1970, che rimane talmente colpito dall’estro di Ciampi, da divenire in breve uno dei suoi migliori amici e soprattutto il coautore di molte delle più belle canzoni di Piero da lì in poi.
Neanche loro riescono però a piegarlo ad una esistenza più “normale”, pian piano inevitabilmente Ciampi si spinge sempre più verso il “limite”, per poi però salutare tutto e tutti per una maledetta e semplice malattia, che sicuramente mal si addice al personaggio.
Il pazzo mondo di Ciampi, ma anche la sua grande umanità, la sua voglia di amore, la sua Livorno, il suo vino, le sue donne, lo troverete nella manciata di splendide canzoni che ci ha lasciato come ricordo indelebile nei suoi 5 dischi, diluiti dal 63 al 75, mal distribuiti all’uscita ed adesso quasi introvabili, salvo un paio di ristampe e qualche raccolta  mal fatta. Ma se vi capita a tiro qualcuno dei suoi lavori non lasciatevelo scappare, non ve ne pentirete e avrete modo di scoprire uno dei migliori e più sottovalutati interpreti nostrani. Canzoni come “Lungo treno del sud”, “Il vino”, “Ha tutte le carte in regola”, “Io e te Maria”, “Tu no” e tante altre meritano un posto d’onore nella canzone d’autore italiana.
Il passo da Livorno a Cleveland può sembrare lungo, il cambio di scenario, di dislocazione temporale e di genere musicale può anche spiazzare, ma in campo musicale tutto può divenire possibile e giustificabile, soprattutto quando si parla di buona musica.
Ed è appunto a Cleveland che muove i primi passi artistici l’altro nostro protagonista, quel David Thomas che verrà citato come fonte ispiratrice per tanti artisti a venire, che lascerà un segno indelebile in tutta la new-wave, senza mai riuscire però a raccogliere un minimo di riconoscimento e gratificazione al di fuori appunto di una stretta cerchia di appassionati e di intenditori, che però poco aiutano nelle cose terrene.
Per inquadrare Thomas e la sua musica bisogna proprio inquadrare il luogo e l’epoca: Cleveland, inizio anni ’70, uno dei luoghi più inquinati d’America, con industrie che fino a poco tempo prima avevano portato benessere e veleni e adesso portano crisi e disperazione, tutto viene travolto da una profonda crisi economica; e quindi qui, più che in altri luoghi la gioventù, subisce questa situazione sempre più isolandosi e autoannientandosi nel rifiuto totale dell’ambiente circostante. Thomas si unisce agli inizi degli anni ’70 a Peter Laughner ed altri per fondare  i Rocket from the Tombs, gruppo dedito ad un garage rock violento e primitivo, alcuni dei pezzi di questo gruppo li ritroveremo poi suonati in forma diversa dai Pere Ubu, che nasceranno da lì a poco. Final Solution e 30 Seconds Over Tokyo, sono tra questi. Il gruppo, pur ottenendo lusinghieri successi non riuscirà mai ad incidere un vero e proprio disco, bisognerà aspettare gli anni 2000 per sentire qualcosa di inciso, lo scorso anno esce infatti un rozzo live (The day the earth meet the Rocket from the tombs) che ben documenta un concerto del 1975 e all’inizio di quest’anno  il primo disco in studio con i pezzi scritti allora ma incisi adesso da Thomas con altri reduci di quel gruppo e Richard Lloyd, ex Television, ospite alla chitarra (Rocket Redux)..
Dicevamo dei Pere Ubu, il gruppo viene formato nel 1975 da Thomas, appena fuoriuscito dai Rocket, dove viene sostituito da Stiv Bators, che meglio si adatta allo stile violento e primitivo del complesso.
Insieme a Laughner prende così forma il nucleo centrale dei Pere Ubu. Il gruppo ben asseconda l’ego di Thomas, lanciandosi in un genere che potremmo definire, ispirandoci al loro nome, una sorta di musica patafisica; l’irruenza degli inizi si è solo in apparenza quietata e vengono a galla più le atmosfere claustrofobiche, le rasoiate nevrotiche e ripetitive, le sciabolate sonore supportate spesso da rumori industriali, con le litanie sonore di Thomas che coordina e destruttura il tutto. Dopo qualche singolo tra cui i due pezzi suddetti dei Rocket rivisti e corretti e dopo aver spostato il raggio di azione nella più ricettiva New York, nel 1978, in piena era punk, esce il loro disco d’esordio: The Modern Dance. Un esordio di quelli col botto, uno di quei dischi che segna il solco per mille altri gruppi; un condensato perfetto del suono dell’epoca filtrato con i molteplici risvolti sociali  sopra detti. Un disco perfetto, punk ed industriale, garage ma con atmosfere che si avvicinano anche allo spirito del jazz, nevrotico e schizofrenico. Sicuramente non un disco  dal suono semplice, immediato e rassicurante. Ed infatti il grande pubblico, anche quello abituato alle atmosfere più punk,  lo ignorerà del tutto. Ma non è certo il successo quello che cerca Thomas, e d’altronde chi lo vede sul palco capisce subito il bisogno primordiale di esternare uno stato d’animo, un disagio reale verso la società e le troppe imposizioni. Ben presto esce il secondo disco, Dub Housing, dal suono ancora più sinistro e minaccioso, seguito l’anno dopo da New Picnic Time, in cui si sente netto lo zampino di Mayo Thompson, vecchio idolo di Thomas dal tempo dei Red Crayola, entrato appunto nel gruppo dietro sue pressanti  insistenze. Il suono diviene più beefheartiano e psichedelico, come ancora ben più si desume da Art of Walking del 1980. Le atmosfere sembrano ormai ancora più disilluse e predominano le ballate sinistre e psichedeliche a discapito della animalesca irruenza dell’inizio. Da allora la creatura di Thomas, assumerà via via contorni diversi ma sempre fedeli allo spirito delle origini; si alterneranno nel gruppo vari personaggi, ma il nostro manterrà sempre saldo il timone del comando. Di musica ne è passata tanta sotto i ponti e di loro dischi ne sono usciti molti in questi venti anni; alcuni migliori altri un po’ meno,  però tutte le volte che vedete su una copertina il marchio Pere Ubu sappiate che non rimarrete mai delusi. Per concludere e per completezza, da segnalare anche un’altra incarnazione del nostro, con quei Pale Two Boys con cui   ha appena pubblicato il terzo disco (18 Monkeys on a Dead Man’s Chest). Si tratta di un trio con Thomas al canto accompagnato solo da  tastiere o chitarra e tromba, spesso trattata. Le atmosfere sono, ma solo in apparenza, ancora  più quiete, rarefatte e talvolta quasi celestiali, con spesso lunghe disgressioni strumentali. Sempre di ballate nate sulle macerie di questa nostra società però si tratta.

IZIMBRA