Basta: troppa musica. Come ti giri sei investito da migliaia di
note; musica al supermercato, musica in libreria, musica negli studi medici,
musica nei ristoranti (che poi se non ti piace ti rovina anche l’appetito),
musica alla televisione, piene di musica le pubblicità, musica perfino
nei gabinetti (solo nei posti “in”, però…).
Basta: un po’ di silenzio, per favore. Si, perché come dice
il vecchio Bob Dylan, uno che di musica se ne intende e ne ha scritta ed
ascoltata molta: “una volta la musica si ascoltava, adesso si sente”.
In apparenza sembra la stessa cosa ma non lo è. Non voglio passare
per il solito nostalgico che rimpiange i vecchi tempi della gioventù,
no, per lo meno non è mia intenzione. Però è un dato
di fatto che prima la musica te la dovevi conquistare, te la assaporavi
pian piano, la scoprivi un pezzetto per volta. Adesso, ma solo in teoria,
tutto appena uscito e talvolta anche prima ti viene vomitato addosso da
mille parti, quando compri un disco lo sai già a memoria, quando
inizia a suonare sul piatto, pardon, nel lettore cd, sai già come
quel pezzo si svilupperà, quanto dura e come finirà e così
via fino alla fine del disco.
Ci sono si, anche indubbi vantaggi, come poter selezionare maggiormente
le nuove uscite e non spendere soldi in cose che poi non risultano di tuo
gradimento. Però come dicevo prima forse in realtà è
tutta teoria, perché ti accorgi poi che sempre della stessa musica
si tratta, sempre i soliti nomi circolano dappertutto, il gusto si appiattisce,
la musica viene appunto subita e non selezionata in base ai gusti personali,
che si adattano invece a quelli della massa, incapaci ormai di distinguere
cose buone e meno buone, bombardati continuamente dai media.
Anche in campo musicale ci lasciamo trascinare dal ritmo della vita
moderna, maciniamo, maciniamo sempre di più e non riusciamo più
a fermarci un attimo a pensare, a meditare su una nota, su un pezzo; sempre
meno ci lasciamo emozionare.
Colpa nostra ? Colpa della musica di adesso ? Mah…non lo so, non mi
è ancora riuscito capirlo; una cosa è certa: come detto sempre
meno mi riesce emozionarmi di fronte ad un disco.
Prendiamo qualche grosso nome tanto per fare degli esempi.
Il nuovo dei R.E.M. è un buon disco ? Certo che lo è
se confrontato con la stragrande maggioranza delle altre uscite, ma mi
sembra soffio, senza slanci, non riesco più a trovarvi quelle aperture,
quelle trovate che facevano di una bella canzone un capolavoro e che da
ormai da qualche tempo in qua non trovo più nei loro dischi. Colpa
mia? Può darsi visto che sono primi nelle classifiche di vendita
di mezzo mondo; mah…
Ho accolto a braccia aperte “Dear Heather”, il nuovo di Leonard Cohen;
io che tutti i giorni, per anni ho pregato perché il buon Leonard
la smettesse di restarsene a pregare in uno sperduto monastero buddista,
adesso che è ritornato tra i terrestri e ci ha fatto buttare i soldi
in due dischi uno più brutto dell’altro, non vedo l’ora che ritorni
a tediare i monaci buddisti e ci lasci consolare con le tante meravigliose
poesie in musica di cui sono zeppi i suoi vecchi dischi, senza infierire
su di noi poveri malati di musica con le sue inutili nuove cose.
Mi diverte molto il nuovo di John Fogerty, “Deja vu”, se non altro
è piacevole e poi Fogerty è uno che ha da sempre il dono
di saper scrivere delle canzoni semplici, piacevoli ma mai banali. Poi
fai il confronto con un qualsiasi pezzo dei Creedence e ti accorgi
che il confronto proprio non regge.
Buono anche il nuovo di Tom Waits, “Real Gone”, il vecchio zio Tom
d’altronde difficilmente delude, ma molto spesso ultimamente anche lui
la tira un po’ per lunghe, di una buona metà del suo nuovo cd se
ne potrebbe anche fare a meno; ma poi perché voler fare per forza
dischi lunghi se l’ispirazione non c’è ? Qualche grande canzone,
comuqnue, soprattutto chi ama il Waits più “rumorista”, qui dentro
la troverà.
Se ai grandi vecchi ormai non si può chiedere più di
tanto, andiamo a vedere i nomi nuovi, loro dovrebbero avere ancora tanto
da dire; si, ma cosa ? Quando va bene e senti qualcosa di piacevole ti
ricorda sempre qualcuno o qualcosa: allora tanto vale andare a riascoltarsi
gli originali. E poi: quanto si prendono sul serio e sono noiosi ! Buoni
nomi ci sono, ma non so quanto reggeranno nel tempo e quanto i loro dischi
saranno ricordati nel tempo. Qualche nome ? Devendra Banhart, Silvertide,
Thrills, Interpol, i primi che mi vengono in mente ma ne potrei segnalare
a dozzine solo sforzandomi un po’; il solo fatto che però nessuno
mi venga d’istinto senza doverci meditare significa che nessuno è
riuscito a colpire a fondo il mio cuore.
Se il rock sta male, il jazz mi sembra ormai definitivamente musica
da museo. Ascolto spesso ultimamente 3 dischi che vanno adesso per la maggiore
in questo campo: “Live in Tokyo” di Brad Mehldau, “Land of the sun” di
Charlie Haden e “Una mattina” di Ludovico Einaudi. Belli, eleganti, senza
sbavature, tecnicamente ineccepibili. Li ascolto, mi piacciono; ma
mi mettono tristezza. Mi sanno di musica da ambiente; un ambiente appunto
elegante, tutto per benino ma tremendamente asettico. Mi sono spiegato
male ? Bene, per capire meglio confrontate quest’ultima uscita di Charlie
Haden con quella fucina di intuizioni e crocevia di musiche quale era il
suo “Liberation Music Ochestra” e capirete meglio quello che volevo dire.
E le ristampe ? Ho comprato per la terza volta “London Calling” dei
Clash, una delle mie pietre miliari, solo per ascoltare i “Vanilla Tapes”
contenuti nel bonus disco allegato all’originale, che tanto bonus poi non
è visto che te lo fanno pagare, per scoprire che di cose inascoltabili
o quasi si tratta, che saranno anche tanto interessanti dal punto di vista
storico, per completisti e feticisti vari, ma che secondo me nulla aggiungono
alla comprensione dell’originale.
Mi sono catapultato sulla ristampa di “The name of this band is Talking
Heads”, un disco vergognosamente mai ristampato fino ad oggi, un live entusiasmante,
che oltretutto mi riporta con la mente a tanti anni fa, quando rimasi letteralmente
sconvolto da un loro concerto cui assistetti, per l’occasione in una fantastica
formazione allargata con, tra l’altro, un Adrian Belew stellare alla chitarra.
Anche qui il disco originale è stato però stravolto, con
pezzi aggiunti e scaletta rivoluzionata. Leggo che questa è la ricostruzione
esatta della scaletta dei concerti dell’epoca, ridotta poi per motivi di
spazio nell’originale doppio lp. Sarà anche così, ma io non
mi ci ritrovo con quello che a memoria conoscevo dall’lp e mi tocca continuamente
smanicchiolare con il telecomando per ritrovare i “miei” pezzi.
E tutte quelle antologie con inediti acchiappallocchi , quelle “de
luxe edition”, quelle nuove edizioni con “bonus tracks” ? Basta, non infierite
più su noi poveri appassionati, ho pile di doppie edizioni solo
per non rinunciare a qualche schifosa chicca di cui nessuno sentiva il
bisogno.
E allora: un po’ di silenzio per favore. Non sarà con l’imminente
i-pod, con gli mp3 o con il download, più o meno a pagamento, che
si risolverà questa situazione stagnante in campo musicale.
Adesso che sono arrivati a capire che anche il campionato a 20 squadre
non può durare perché alla fine si fa indigestione di calcio,
speriamo che capiscano che per risolvere i problemi dell’industria discografia
bisogna intanto ripartire da un po’ di silenzio.
Silenzio… sentite che bella musica ?
IZIMBRA