L’UOMO CHE CANTAVA

“Stavolta ci vuole un bell’articolo forte, duro… dopo quello che ci hanno fatto…” . Questa frase mi rigirava spesso per la testa; ed io cercavo argomenti forti, mi immaginavo Don Chisciotte che tira colpi e abbatte grossi mulini a vento con la sola penna. Mi ripassavo argomenti e frasi da buttare giù, roba pesa, frasi ed argomenti d’effetto. Roba tosta.
Poi, d’improvviso, in tutt’altra situazione, in una di quelle sere in cui sembra che tutto ti stia crollando addosso ed in cui cerchi una frase o una canzone che ti faccia compagnia è finito sul mio piatto chissà come un vecchio disco di Endrigo e mentre ascoltavo tutto si è fatto improvvisamente chiaro.
Mi è ritornato in mente “Quanto mi dai se mi ammazzo?”, libriccino scritto da Endrigo che mi son letto tempo fa. Non lo conoscete ? Probabile; era stato stampato una decina di anni fa da una piccola casa editrice svizzera collegata ad una rivista, per fare un po’ di pubblicità a quest’ultima,  in pochissime copie, con caratteri minuscoli per risparmiare carta e inchiostro, roba da scoraggiare la lettura anche alla persona più ben predisposta. In Italia poi era praticamente introvabile, tanto che dopo un po’ di tempo Endrigo aveva mandato la disdetta del contratto.
Il libro è stato da un po’ recuperato e ristampato da Stampa Alternativa, costa poco e vale la pena, credetemi, andarselo a comprare e leggerselo tutto d’un fiato, per capire come vanno certe cose. Endrigo in questo suo romanzetto ben scritto, scorrevole e discorsivo, non lancia proclami e non usa anatemi, ma adopera semmai l’arma della sottile ironia.
Vi si narrano le vicende di Joe Birillo, cantante di fama negli anni ’50 e ’60 che pian piano vede spengersi le luci della ribalta e si deve sempre più svendere in locali di bassa lega, davanti a pochi disinteressati spettatori. Finchè, non volendosi rassegnare all’anonimato, con un ultimo colpo di coda, organizza un grande concerto alla fine del quale si impegna a spararsi. E per l’ultima volta si riaccendono le luci e riaccorre il grande pubblico. Naturalmente la vicenda non si chiude con l’ultimo colpo di pistola che dovrebbe chiudere la vicenda.
Dietro il protagonista non è naturalmente difficile scorgere la figura dello stesso Endrigo, che da molti anni era entrato in disaccordo con il mondo discografico, sempre più insensibile alle sue cose e al suo genere di canzoni.
“Hanno buttato via cinque cd, dall’80 in poi. Sono si usciti, ma in pratica non li ha ascoltati nessuno, perché oggi se non si spendono un po’ di soldi in promozione le cose non vanno. Il mondo discografico è cambiato in peggio, una volta c’erano musicisti come Giampiero Boneschi alla Ricordi, o persone come lo stesso Nanni Ricordi, che si occupava anche di poesia e musica e suonava il pianoforte. Fu lui a spingermi a scrivere canzoni, io non lo avevo mai fatto. Oggi i consigli di amministrazione delle case discografiche sono fatte di gente che viene dalla pasta, dalla carta igienica, che non c’entra niente con la musica e la poesia. L’unica possibilità è che i produttori riescano a convincere gli amministratori a tirar fuori dei soldi, solo allora la cosa può funzionare”. Ci va giù peso Endrigo, ed a ragione, visto appunto che il mondo discografico lo aveva ormai relegato ai margini, pur continuando a scrivere canzoni senz’altro degne di essere pubblicate e conosciute dal grande pubblico.
Lui, istriano, era cresciuto leggendo il Corriere dei Piccoli , il Vittorioso, per poi arrivare a Salgari e scoprire nella libreria del padre le meraviglie di autori ben più impegnati, quali Ibsen o Steinbeck. “Sceglievo le cose che  mi piacevano, che pensavo di preferire. Oggi ci sono i media che sono diventati una cosa tremenda. I ragazzi non scelgono più; tutto è loro imposto, mangiano quello che gli danno”.
Morto il padre, passata l’Istria sotto controllo jugoslavo, si trasferisce con la madre a Venezia, dove muove i suoi primi passi musicali, suonando in vari locali. Dopo varie esperienze, anche in gruppi, riesce ad ottenere un contratto alla Ricordi, allora frequentata da tutta una serie di personaggi che da lì a poco trasformeranno la canzone italiana: Paoli, Tenco, Jannacci, De Andrè; tanto per fare qualche nome.
Spinto da Nanni Ricordi inizia a scrivere le sue prime composizioni, facendosi pian piano conoscere con la sua vena poetica spesso venata da malinconia. Il successo non tarda ad arrivare; nel 1962 “Io che amo solo te” lo porta alla ribalta del grande pubblico; tutto il decennio lo vedrà protagonista, fino alla vittoria a San Remo nel 1968. Anche all’estero il nome di Endrigo è venerato, soprattutto in Brasile, dove grazie a collaborazioni con Vinicius de Moraes , Toquinho e Chico Barque de Hollanda ottiene un successo impensabile per tutti gli altri nostri cantanti, arrivando anche ad incidere un disco per il solo mercato sudamericano.
Da ricordare anche alcune tra le più belle canzoni per bambini, ma non solo, nate dalla collaborazione con Gianni Rodari e Louis Bacalov. Chi ancora adesso non ricorda “Ci vuole un fiore” ?
Poi, al solito, cambiano le mode, cambiano i gusti e pian piano la figura di Endrigo scivola in un colpevole dimenticatoio, pur non venendo meno le belle composizioni. Lui, poi, istriano fiero e tutto d’un pezzo, che amava definirsi solo “un uomo che canta”, mai si è voluto piegare a compromessi ed intrallazzi, mai lo si è visto nei carrozzoni del revival dei “favolosi” anni ’60. Dopo i 5 dischi fantasma colpevolmente boicottati dall’industria discografica si era ritirato in una fattoria in compagnia della moglie, morta poi anni fa, e dai tanti animali di cui amava circondarsi .
Solo due volte il suo nome è tornato a galla negli ultimi anni: nel 1999 quando Battiato inserì in “Fleurs” due splendide versioni di “Te lo leggo negli occhi” e “Aria di neve” e nel settembre scorso, quando Sergio ci ha lasciato per sempre. Solo allora, e per un solo giorno, tutti i media si sono ricordati di lui con le solite frasi di rito che si tirano fuori dai cassetti in queste occasioni.
Per il resto, in questi ultimi anni,  solo qualche sparuta apparizione e qualche riconoscimento dai soliti addetti ai lavori, come gli amici del Club Tenco.
Troppo poco per un personaggio che avrebbe sicuramente meritato maggiore attenzione.
E per poter sperare di poter recuperare i suo dischi, se non li avete, non vi resta che sperare che vada a buon fine la petizione lanciata da alcuni fans di ristampare tutti i suoi (bellissimi) dischi, per la maggior parte mai ristampati ed introvabili ormai da anni.
Anche Joe Birillo era riuscito a vivere un ultimo mese alla grande; Endrigo no,  ci ha lasciato in punta di piedi e senza clamore e qualcuno, di tutto questo, dovrebbe sentirsi un po’ colpevole.

IZIMBRA

Dicembre 2005