A molti probabilmente il nome di Mark Sandman dirà poco o niente.
Peccato. Mark Sandman era uno dei più bravi musicisti degli anni
’90, uno che amava veramente la musica e che è sempre andato dietro
la sua ispirazione e la sua idea di “musica”.
Lui amava definire quello che suonava “low rock”, perché con
le canzoni cercava di sviscerare quello che aveva dentro, quello che la
sua anima trasmetteva al suo basso, uno strano “two string slide bass”,
che se lo vedevi ti sembrava impossibile riuscisse ad emettere tutte quelle
sonorità che Mark riusciva a rapirgli.
Eppure la scelta di uno strumento così spartano, capace solo
di emettere note gravi, unito al suono di un solo sax baritono e di una
batteria, aveva portato alla realizzazione di un pugno di album, con i
Morphine, tra i più belli e profondi degli anni ’90.
Ma andiamo con ordine: Mark fa le sue prime apparizioni nella scena
musicale di Boston, sua città natale, alla metà degli anni
’80. Entra come bassista e cantante nel gruppo locale Treat Her Right.
Il gruppo, guidato da David Champagne, incide tre album all’epoca passati
del tutto inosservati (“Treat Her Right”, “Tied To The Tracks” e “What's
Good For You”) caratterizzati da un soul-blues scarno ed essenziale. Sandman,
come si percepisce ascoltando i tre dischi, assume sempre più importanza
nell’economia del gruppo e inizia a gettare le basi per la sua personale
visione di canzone.
Terminata l’avventura Treat Her Right, con un album antologico (“The
Anthology”), Sandman collabora per un breve periodo con i Supergroup di
Chris Ballew, futuro membro dei President Of The United States, dopodiché
decide di formare un proprio gruppo.
Proprio in questo periodo, mentre butta giù le coordinate del
tipo di suono che vuole dare alla sua nuova creatura, ispirato dagli strumenti
tradizionali africani ad una sola corda, elabora uno strano basso “fretless”,
cioè senza tasti, con due sole corde, le più gravi.
Parte da qui l’avventura dei Morphine; collaborano con Sandman
Dana Colley al sax baritono e Jerome Deupree alla batteria, sostituito
poi da Billy Conway nel '93.
Questo strano miscuglio di strumenti darà vita, come detto,
ad uno dei più originali e caratterizzanti suoni di tutto
lo scorso decennio. Suono ossuto, spigoloso, minimale, con un continuo
dialogo tra il sax ed il basso, che creano un tappeto ipnotico ed ossessivo
per la cavernosa voce di Sandman. Nessuna nostalgia per chitarre o tastiere;
anzi, proprio qui stà la maggiore caratterizzazione del suono Morphine;
strane composizioni sicuramente rock, ma con echi di certo cool jazz e
ancora una volta con il blues a ricucire il tutto.
L’esordio è di quelli col botto: “Good” esce nel 1992 e catapulta
i Morphine all’attenzione di tutti gli amanti del rock sotterraneo. Suono
oscuro, notturno, ammaliante ed originalissimo in quel continuo intreccio
tra strumenti usati in modo così insolito. Qui c’è già
tutta la filosofia di Sandman.
L’anno dopo esce “Cure for pain”, attesissimo secondo disco. Il suono
è più curato, più pieno, le canzoni meno spigolose
e più scorrevoli; dove si perde in originalità si guadagna
in compattezza. Insomma: altro grande disco.
Anche il terzo fatidico disco non delude. In “Yes”, del 1995, le composizioni
si fanno più energiche ed incalzanti, il suono è ancora più
aggressivo ma nello stesso tempo rivolto verso certe atmosfere anni ’50-’60,
con un Sandman sempre più maturo capace ancora una volta di scrivere
un pugno di magnifiche canzoni.
Pian piano però il gioco comincia a non riuscire più
così bene; così nel 1997 dopo una non indispensabile raccolta
di pezzi minori (“B-Sides and Otherwise”) Sandman ci delude non poco
con l’uscita di “Like Swimming”. Il disco è rivolto ancora di più
a certe atmosfere anni ’50, ma sono soprattutto le composizioni a deludere;
pezzi spesso brevi, talvolta costruiti in fretta e senza idee, che mai
riescono a decollare. Si nota insomma una stanchezza ed una involuzione
del suono, soprattutto a confronto con i dischi precedenti. Troppo bene
ci aveva abituato Sandman per accontentarci di così poco. Certo
per uno che non conoscesse le sue cose precedenti il disco potrebbe anche
reggere bene l’ascolto, il suono è ancora originalissimo, ma per
noi suoi devoti conoscitori è la prima piccola delusione.
A questo punto il trio tira un po’ il fiato in attesa di decidere il
proprio futuro; non per questo si nega nella solita miriade di concerti
in giro per il mondo. E’ infatti sul palco, come per ogni gruppo che si
rispetti, che la filosofia dei Morphine diviene più evidente. Sandman
è un animale da palcoscenico; nonostante la sua riservatezza sul
palco dà tutto se stesso, si dona completamente al pubblico diventando
un tutt’uno con le sue canzoni e il suo basso, una specie di sua appendice.
E’ proprio durante un tour italiano nell’estate del 1999, a Palestrina,
che il destino si accanisce crudelmente contro di lui. Un concerto come
tanti, in una calda serata su un piccolo palco, davanti al solito devoto
pubblico. Sandman introduce l’ennesimo pezzo: “Grazie Palestrina di questa
bella serata, è bello stare qui, vorrei dedicarvi una canzone super-sexi….”,
dopodiché si accascia al suolo tradito dal suo cuore, lasciando
esterrefatti il pubblico e gli altri componenti del gruppo. L’avventura
Morphine finisce così nel peggiore e triste dei modi.
E quello che doveva essere il disco del nuovo corso del gruppo diviene
il loro epitaffio definitivo.
“The night” esce postumo nel 2000. Si dice che fosse già quasi
pronto prima della morte di Sandman; certo ascoltato postumo fa uno strano
effetto; suonano quasi come un maledetto presagio quelle canzoni dalle
atmosfere più solenni e cantautorali, quei suoni dilatati
e notturni in cui per la prima volta si affacciano altri strumenti e voci
più canoniche. Chissà dove voleva andare Sandman con il suo
gruppo, verso quali lidi ci voleva portare… non lo sapremo mai.
Fine della storia, o quasi; si perché da poco il nome di Sandman
è ritornato per un po’ alla ribalta grazie allo splendido omaggio
che gli hanno voluto fare Conway e Colley, suoi amici dei Morphine.
I due hanno infatti curato l’allestimento di una splendida raccolta,
“Sandbox: Mark Sandman Original Music”, che ripercorre tutta l’ avventura
che vi ho appena raccontato. Sono due cd ed un dvd, pieni zeppi di materiale
interessantissimo, che riesce a ricostruire molto bene la personalità
di Sandman. Ci sono i pezzi più famosi, ma anche altre chicche meno
conosciute, tutto è fatto per dare spazio alla creatività
dell’amico scomparso. I nomi dei gruppi e dei musicisti sono messi in disparte
per lasciare tutta la ribalta alle composizioni di Sandman.
L’ascolto suscita reazioni contrastanti: da un parte l’entusiasmo per
una serie formidabile di canzoni, di trovate, di arditi ed impensabili
intrecci tra gli strumenti; dall’altra la straziante malinconia che ci
assale sapendo che mai più potremo sentire nuove cose o vedere e
ascoltare ancora su di un palco questi pezzi.
E allora non ci resta che aggrapparci al suono di quel basso, a quelle
due corde che continuano a far vibrare le corde del nostro cuore.
IZIMBRA
Aprile 2005