Forse è proprio vero, come dice un critico ben più importante
e blasonato di me, che dopo i trent’anni bisognerebbe smettere di scrivere
di musica.
Forse sarà perchè ormai in campo musicale sono sempre
meno le cose che riescono a scuotermi, o forse sarà l’eta
che comincia ad avanzare e si comincia ad entrare nel periodo dei
ricordi più che delle grosse aspettative future.
Fatto sta che sempre più spesso mi ritrovo a pensare a quando,
da bambino prima e da adolescente poi, mi piaceva passare spesso
i pomeriggi e le serate incollato alla mia radiolina ascoltando i pochissimi
programmi che passavano musica “decente”, alla spasmodica ricerca di nuovi
mondi sonori.
Erano i tempi in cui, tanto per capirsi, il massimo della trasgressione
della musica in televisione era Gianni Morandi che sconfiggeva Claudio
Villa in qualche edizione di Canzonissima. Ma io sentivo che ci doveva
essere qualche altra cosa oltre a quelle stupidaggini, qualche assaggio
lo avevo durante l'immancabile appuntamento con il Festival di San Remo
(ricordo ancora un Wilson Pickett in coppia con Fausto Leali, gli Yardbyrds
con Dalla ed il grande Louis Armstrong che non voleva saperne di smettere
di suonare), ma le occasioni per ascoltare cose “nuove” e “diverse” erano
relegate appunto a pochissime trasmissioni radiofoniche.
I più bei ricordi di quei tempi, insieme alle prime timide esperienze
sessuali, sono legate appunto alla scoperta di tante gemme musicali allora
a me sconosciute. Ricordo ancora la prima volta che ascoltai per esempio
Guccini cantare “Il sociale e l’antisociale” o la prima volta che sentii
un pezzo dei Led Zeppelin con tanto di assolo di chitarra che mi stese
letteralmente al suolo; oppure una cassetta che mi passò un cugino
più grande con le canzoni di De Andrè che segnarono per sempre
i miei gusti. Ma allora, mi dissi, era vero che c'era qualcosa di diverso
dalle cretinate della televisione, c’era anche quella musica che sentivo
doveva esistere ma che non riuscivo a scoprire.
Sempre più mi buttai a corpo morto su riviste varie, sperperai
i soldi della paghetta dei genitori in 45 giri che scambiavo poi con altri
amici come me appassionati. Poi… poi nacquero le prime radio libere e tutto
divenne più chiaro e semplice.
Un giorno, ormai già grandicello, e già convinto di conoscere
quasi tutto ebbi un’altra folgorazione. Ricordo ancora distintamente: era
di pomeriggio, stavo studiando con l'immancabile radio in sottofondo; all’improvviso
passò, tra le tante, una canzone il cui testo subito mi colpì;
era in italiano, si parlava di “tramonto viola acceso…tè sopra Firenze…cerchi
di limone alle colline…Beato Angelico negli occhi e mio padre nel cervello…
“, un testo poetico, bellissimo, come bellissima e semplice era la
storia del militare in licenza con la sua ragazza a giro per una Firenze
resa suggestiva come non mai da belle immagini e simbolismi vari. “Silvia”
si intitolava la canzone e Renzo Zenobi era il nome dell’interprete. Subito
corsi al negozio di dischi più vicino e naturalmente non trovai
niente di questo Zenobi (e ti pareva…). Mi attaccai da allora spesso al
tasto “record” del mio radioregistratore e pian piano riuscii a registrare
4/5 suoi altri pezzi che via via venivano trasmessi, tra i quali ricordo
ancora le altrettanto belle “E sei di nuovo solo” e “I pescatori”. Ce l'ho
ancora quella cassetta, con i pezzi mezzo tagliati, ormai smagnetizzata;
tutte le volte che la prendo in mano per gettarla finisco per rimetterla
nel suo angolino, nonostante sia ormai riuscito a recuperare, anche se
a fatica, tutti i dischi di Renzo. E’ un ricordo ancora troppo caro per
essere distrutto.
Zenobi, ma questo lo scoprii dopo, dopo quel promettente esordio, fece
diversi altri dischi, ma nessuno riuscì a sfondare in un mercato
che prese altre pieghe; per farsi largo si dovevano lanciare proclami,
ci si doveva schierare dalla parte giusta e Renzo, che non conoscevo, ma
lo sentivo dalle sue canzoni, non era questo tipo di personaggio, rimase
ai margini. Eppure sfiorò tutto l'ambiente che contava: collaborazioni
prestigiose con De Gregori, Dalla, Paolo Conte, Ron, frequentazioni dei
"posti" giusti come Piper e Folkstudio, dischi prodotti nientemeno che
da Morricone. Tutti lo tenevano in grossa considerazione ma il grosso pubblico
lo ignorava. Troppo tenere e soffuse forse le sue canzoni, tutte impregnate
di dolce poesia. Eppure De Gregori, amico degli inizi, con testi molto
più ermetici dei suoi faceva scintille. Rimettendo a posto la mia
libreria, proprio pochi giorni fa, mi sono imbattuto in un vecchio libro
del ’77 di Saverio Angiolini e Enzo Gentile dal titolo “Note di pop italiano”
in cui vengono passati in rassegna i vari protagonisti di quel periodo
e alla voce Renzo Zenobi si dice, tra l’altro : "E’ di una noia e di una
immobilità allarmanti. Gli è riuscito, chissà come,
di produrre ben tre album, che contengono tutti i medesimi timbri di poetica
sterile e intimista". Ecco, questo frasi erano sintomatiche. Eppure, come
il buon vino, anche le canzoni di Renzo, con il passare degli anni non
hanno perso affatto fascino e riascoltate oggi continuano sempre a brillare
di luce propria ed a farsi apprezzare, forse, molto più di allora.
E forse aveva ragione Dalla quando, in mezzo a musiche che definiva
“sempre uguali” ed a parole “che fanno fatica a volare” invitava a scoprire
Zenobi.
Ad oggi Zenobi ha inciso nove dischi. Il primo,“A Silvia”, del 1975,
con dentro alcune delle sue più belle composizioni. Seguono, a cadenza
annuale, “Chiari di Luna”, “Danze” e “Bandierine”. A tutti i dischi
collaborano, come detto, fior di autori e musicisti: tra gli altri De Gregori,
Dalla, Ron. “Bandierine”, poi, venne prodotto addirittura da Ennio Morricone,
che, se da un lato arricchisce il suono delle composizioni, snatura
forse un poco la vena “intimista”, questo a giudizio personale. Nel 1979
esce la prima raccolta di Zenobi; a far da contorno al pezzo nuovo “Che
stella che sei”; vengono infatti riarrangiati i suoi pezzi migliori, anche
qui con l’aiuto di Dalla, Ron e gli Stadio.
Da questo momento inizia forse il lento declino della “stella” Zenobi,
mai accesa però veramente. “Telefono elettronico” del 1981 e “Aviatore”
del 1983 sono sempre signori dischi, intendiamoci, ma il tentativo di alleggerire
un po’ il suono e rendere più fruibili le composizioni snatura forse
irrimediabilmente le magiche atmosfere del primo periodo. Visto che anche
questa svolta non fa presa sul pubblico la RCA scarica infine Zenobi, che
per una decina d’anni abbandonerà l’attività, per riaffacciarvisi
nel 1993, allorché la piccola etichettaTHM, appena costituita, gli
dà di nuovo fiducia. Ecco allora “”Zenobi”, seguito due anni dopo
da “Proiettili d’argento (per un cuore di lupo)”, anche questi con buoni
sprazzi qua e là, ma che il grosso pubblico ignora. Da allora stop
ai dischi, ma non alla composizione. Se guardate nei dischi di Ron, troverete
spesso il nome di Zenobi tra gli autori dei suoi pezzi migliori.
E se a qualcuno venisse poi voglia di andare ad ascoltare qualcosa
di Renzo e non trovasse niente, non disperi; è infatti vero che
tutti i suoi dischi sono inesorabilmente fuori catalogo, ma è anche
vero che è in cantiere un’ altra raccolta con tutti i suoi pezzi
migliori della vecchia produzione e, se qualcuno si degnerà di pubblicarlo,
anche un nuovo disco con composizioni che Renzo ha da poco finito di comporre.
Addirittura poi, visto che la passione è dura a morire, ultimamente
ha ripreso a fare anche qualche concerto qua e là.
Mi sembrava il minimo dedicargli almeno questo righe, se non altro
per ringraziarlo delle emozioni che mi dette quel primo ascolto di “Silvia”,
un pomeriggio di tanti anni fa.
IZIMBRA