Springsteen beffardo spiega dove il suo Paese ha sbagliato L'incubo più grande, la guerra: «Non sappiamo come uscirne»

dall'inviato STEFANO MANNUCCI

BOLOGNA - «I valori della democrazia americana sono sempre più sotto attacco». Seduto sul palco, le gambe ciondoloni, la camicia scura aperta sul petto come a dire: sparate, avanti. Sembra un vecchio perditempo che da un muretto sbrecciato del New Jersey guardi - fino a dove l'occhio può immaginare - cosa stia diventando il suo Paese. Non lo ha fiaccato la delusione elettorale di due anni fa, quando si espose personalmente per Kerry. Springsteen resta in prima linea, armato del potere sovversivo di canzoni nate cinquanta, cent'anni fa, ma ancora così brucianti e, in modo obliquo, rivoluzionarie. Perché l'America, e per estensione il mondo intero, sta andando dannatamente peggio che mai. E Bruce te lo racconta, col suo mezzo sorriso beffardo - il De Niro sbandato di "Taxi Driver" che ti provoca soffiando: "Hey, stai dicendo proprio a me?". L'ultimo cantastorie d'Oltreoceano, azzarda qualcuno. «Oh, da noi c'è sempre bisogno di qualcuno che racconti, attraverso la musica o il cinema, come vanno le cose. I repubblicani hanno vinto perché avevano gente di quel tipo, dei narratori elettorali che hanno saputo battere il tasto dell'affetto e della paura. Io non voglio imporre il mio punto di vista a nessuno, cerco solo di presentarlo, voglio spiegare cosa abbia reso grande l'America e dove abbiamo sbagliato. La mia nuova canzone "American Land" parla del prezzo che siamo costretti a pagare quando perdiamo di vista i nostri valori più sani». Springsteen è in Italia per inaugurare il segmento europeo del suo tour autunnale: ieri a Bologna, e poi per altre sei date, fino al concerto romano del 10 ottobre. «E con questo voglio ringraziare tutti i miei fans italiani, che ci hanno sostenuto per tanti anni. L'ultima volta che abbiamo suonato qui, in maggio a Milano, mia moglie Patti mi propose di fare un giro più lungo da queste parti. Solo che lei, dopo il concerto di Verona, tornerà a casa per badare ai ragazzi: sapete, devono andare a scuola». Mica le elementari, ormai frequentano le high school. Ma lui, con una smorfia da killer taglia la lingua a quanti volessero chiedergli della sua presunta crisi matrimoniale con Mrs. Scialfa. Meglio lasciarlo parlare di robe serie: nella nuova edizione del cd «We shall overcome - the Seeger sessions», in uscita proprio oggi, ci sono (oltre a prezioso materiale video in un dvd arricchito di contenuti), ben cinque canzoni in più: tra queste, la vertiginosa «How can a poor man stand such times and live», ripensata da Bruce sul canovaccio di un brano popolare del '29, e adattata alla tragedia dell'uragano Katrina. Con l'ombra perfida di un Bush che spunta sulla scena del disastro, dice alle vittime «sono con voi», e poi gira i tacchi. E ancora, «Bring 'em home», l'inno pacifista che Pete Seeger aveva composto ai tempi del Vietnam e che il Boss ricolloca nella cornice irachena. «L'ho mischiata con altri versi di "Johnny comes marching home", che risale ai tempi della guerra civile, e l'ho ricollocata davanti a questa terribile tragedia. Portiamo a casa i nostri ragazzi al fronte. Non abbiamo le chance di finire questa guerra, né sappiamo come uscirne. Non capisco come gli Stati Uniti abbiano avuto di nuovo bisogno di mettere in moto la macchina bellica. Non lo capivo prima, e meno ancora adesso». E poi "American Land", dove Springsteen omaggia gli «immigrati, che sono sempre stati presenti nella storia del mio Paese. Quando ero ragazzo c'erano molti operai afroamericani, ma anche italiani, meticci, messicani, irlandesi, sempre in lotta per trovare il loro posto nella società». L'ha scritta lui, ma pare una giga d'epoca. «Beh, i musicisti che mi accompagnano sul palco sembrano una cittadina musicale, che rappresenta ogni angolo degli Stati Uniti, con i loro ritmi corali, gioiosi, gli shuffle di New Orleans, i gospel, il folk, le big bands, lo swing. Il rock è un tempo solo, qui ci sono mille battiti. Anche se non conosci il disco, al concerto puoi sentirti come a casa. Questa orchestra è un patrimonio di tutti: e mi permette di intrecciare la storia di queste canzoni con le mie, cercare le radici comuni e creare un nuovo miscuglio. E' un esperimento per trovare il filo che lega il passato al futuro. Quando trovi le radici del folk ci vedi dentro tutto il mondo: perfino l'Africa, dove le parole che narrano i drammi della sopravvivenza si accompagnano a musiche piene di gioia. Per dire, abbiamo ripreso la mia vecchia "The River" e con il nuovo arrangiamento sembra nata cent'anni fa in una bettola di Dublino». Bruce è conquistato da questa fase esplorativa della sua carriera - la fertilizzazione di radici nascoste del patrimonio musicale americano - e annuncia: «Tornerò sicuramente a ripetere l'esperienza con la Seeger Sessions Band, perché mi procura una gioia incontenibile». Allora è finito il tempo della gloriosa E Street Band? «No, ho scritto nuove canzoni per i miei amici, ma ancora non sono abbastanza. Io porto molti cappelli, devo solo trovare quello che al momento mi attrae di più. Mi piace il mio rock, ma anche la ricerca sul folk. E amo perfino suonare da solo. Non so cosa farò in futuro, ma neppure quale sarà la sequenza del concerto di stasera. È un processo creativo che sorprende anche me, a ogni momento». E se ne va, cercando quella chitarra che - dopo trent'anni lì sopra - ancora gli brucia tra le dita.



   


Cronaca di un volantinaggio
Il 1° Ottobre 2006 fuori il palaMalaguti a Bologna dove i FUN di Bruce Springsteen aspettano di entrare, hanno ricevuto questi 3 volantini
VOLANTINO1
VOLANTINO2
VIGNETTA

E sul retro c'era stampata questa LETTERA APERTA, in
INGLESE
e in ITALIANO

Abbiamo distribuito anche il Comunicato allegato al giornalino


( clicca sulle 2 immagini per ingrandire )

poster per madonna         poster per madonna


Articoli pubblicati sui giornali locali di Siena

Comunicato Stampa del "Meetup Di Beppe Grillo ( senese ) "
Articoli nel 2006 apparsi su " il Corriere di Siena "
Articoli nel 2006 apparsi su " il Cittadino Oggi "
Articoli nel 2006 apparsi su " La Nazione"


Santa Subito


Il mondo di Springsteen: «Lo cambierò con il folk»

Paolo Giordano

Ma guardatelo, la chitarra gli tocca il mento, la T-shirt penzola fuori dai pantaloni come a uno scugnizzo di Broccolino e la band suona American Land neppure fosse al Madison Square Garden di New York. Ma niente boati. Dice, il Boss: «Sono ritornato alle radici del mondo» e sotto sotto spera di cambiarne anche i germogli. Sta provando i suoni del suo primo concerto italiano qui al Palamalaguti di Bologna, silenzio in sala e bentornato, Mr Springsteen: stavolta non c'è il graffio del rock, anzi, il banjo è più ridanciano della chitarra, i fiati scendono fin nella pancia e che violino, signori, sembra il suono del deserto al tramonto. Il Boss è un altro, è persino abbronzato perché «ho fatto le vacanze con la mia famiglia», prima ha sussurrato qualche parola alla moglie Patti (quindi addio alle indiscrezioni sul divorzio messe in giro dal New York Post) e nel sorriso soddisfatto conserva la luce di chi si sente a casa.
«La gente ha sempre bisogno di trovatori, di cantastorie», dice e si capisce che lui è l'ultimo grande americano a raccontare senza peli sulla lingua quello che gli passa davanti agli occhi e dentro il cuore. Così qui si sbottona la camicia marrone (quante collanine) e spiega che «non voglio imporre alla gente che cosa deve pensare. Mi limito a dire il mio punto di vista, a parlare delle cose che hanno reso grande l'America e dove abbiamo sbagliato». Forse per questo, perché il rock riesce ad essere solo didascalico oppure propagandista lui ha scoperto di dover parlare, oggi a 57 anni, la lingua del folk, quella che, prima di finire in manicomio, Woody Guthrie portava a spasso per i disperati, che John Steinbeck scriveva nelle sue notti di whisky e che è stata la colonna sonora di tutti i malumori sociali del Novecento da Los Angeles a Washington. E allora ha inciso, Springsteen, The Seeger Sessions - We shall overcome mettendo la sua voce ai brani che Pete Seeger cantò sui piccoli palchi di provincia, agli operai, ai disoccupati, a Martin Luther King. Poi ha mandato in vacanza la E Street Band («Ma sto ancora scrivendo brani per loro») e si è cercato una band «sperimentale» che avesse ancora nel sangue lo stupore, la voglia di comunicare.
Dopotutto, Springsteen ha sostenuto il cammino perdente del democratico John Kerry accorgendosi che «i repubblicani di Bush avevano storie più belle da raccontare, sia parlando di affetti che di paure». E allora lui è andato a recuperare le memorie degli italiani, degli irlandesi, di tutti quei meticci, messicani, afroamericani «che negli States devono combattere per affermarsi in una lotta che è sempre uguale». E allora quando sul palco, qui nella quiete entusiasta delle prove, inizia a cantare American land si capisce perché lui la definisce «immigrant song», una canzone per immigrati, e perché oggi vale proprio come un secolo fa. «Questa è musica che mescola presente, passato e futuro» dice lui con gli accenti radiosi di chi crede, e ci crede davvero, che «we shall overcome», alla fine vinceremo. Lunga e dolorosa metamorfosi, la sua. È stato il rockettaro nato nei lounge del New Jersey alla ricerca della terra promessa sui sentieri di un sogno americano creato però a Hollywood e magari passato in vacanza a Las Vegas. Ora che è un colosso mondiale, ha riscoperto la provincia, le storie di Jesse James o di John Henry che sono poi le storie di tutti quelli che si sono rimboccati le maniche per arrivare ad essere uguali agli altri. E ci è arrivato al momento giusto, con le stimmate di chi ha l'esperienza disillusa del successo e della sensibilità. Infatti qui, in un qualunque pomeriggio bolognese (prima delle date a Torino stasera, poi Udine il 4, Verona il 5, Perugia il 7, Caserta l'8 e il 10 a Roma) Bruce Springsteen spiega che «questa è un'esperienza che mi sta dando tanta gioia e che sicuramente rifarò. Quando torni alle origini del folk trovi le radici del mondo, l'origine di quelle tremende storie che il popolo riesce a cantare con suoni che sono sorprendentemente gioiosi e vitali». E quando lo dice, Springsteen si illumina, le catenine al collo ciondolano più veloci e sembra di nuovo quello di Atsbury Park, tent'anni fa o giù di lì, con le cicatrici di chi voleva cambiare il mondo, non c'è riuscito e ora cambia solo il modo, più gioioso e vitale e forse è davvero la volta buona.
Paolo Giordano


La firma di Springsteen contro il Sing Sing


Articolo del Corriere di Siena sul volantinaggio



Mitico Bruce




modifiche al Codice Deontologico Forense: adesso l'avvocato che
lavora in uno studio può fare il testimone nel processo CONTRO...
e vincere la causa..( primo caso in Italia ? ):

Abbiamo comunque sottoposto il quesito all'ordine degli Avvocati di Milano che ha iniziato la procedura d'esame sulla pratica proposta. ( aperta l'istruttoria )



 

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